Dicono di Noi


Dicono di Noi – Orologi Antichi

I tic tac della stanza dell’ orologiaio

il quotidiano la Repubblica – Giornalista ELENA STANCANELLI

Una volta aperto, rivela un organismo meccanico, fatto di molle e corone dalle sagome medievali.

L’ interno di un orologio sembra la miniatura di una stanza delle torture.

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Portiamo al polso, qualcuno ancora al taschino, versioni sofisticate di un’ invenzione che ha quasi quattrocento anni.

Niente di quello che usiamo normalmente è così vecchio.

Eppure resiste. Uno dei suoi segreti è senz’ altro la bellezza, l’ altro, più serio, è il tempo. «Bisogna essere sempre ubriachi», scriveva Baudelaire ne Lo Spleen di Parigi, «per non sentire l’ orribile fardello del Tempo che spezza la schiena, dovete ubriacarvi senza tregua…

E se talvolta. .. vi risvegliate perché l’ ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, all’ onda, alla stella, agli uccelli, all’ orologio, a ciò che fugge, geme, scorre, o canta o parla, chiedete che ora è: e vento, onda, stella, orologio, vi risponderanno è ora di ubriacarsi!

Per non essere i martiri schiavi del Tempo, ubriacatevi senza requie, di vino, di poesia o di virtù, a piacere». Memento mori. Ma gli orologi, questo è evidente, non servono più a misurare il tempo. Sono accessori di lusso o giocattoli, sempre più belli e strani ma lontani dalla loro funzione.

Agli orologi Luciano Meloni ha dedicato tutta la sua vita.

Entrare nella sua bottega, in via Buonarroti 8/A, è come capitare sul set di un film di Tim Burton, in un universo di tecnica e passione, dove una competenza maniacale è messa al servizio di un misterioso artigianato.

Il signor Meloni ha sessantanove anni, ed è figlio di quello che lui chiama un meccanico. Che non corrisponde al tizio a cui pensiamo noi, con la tuta sporca di grasso sdraiato sotto un’ automobile nell’ officina, ma a un aggiustatore globale.

Mio padre, racconta, si occupava di chiavi e serrature, ma sapeva fare tutto. L’ idraulico, il falegname, l’ elettricista.

Da bambino lo guardavo lavorare per ore, mi piaceva soprattutto quando si occupava dei grammofoni a manovella.

Era il tempo in cui l’ elettronica non aveva ancora aperto i solchi tra competenze. Tutto era ancora possibile per chi avesse una buona manualità.

Anch’ io, continua il signor Luciano, ero bravo. Così a tredici anni iniziai a lavorare. A chi aveva voglia, allora bastava entrare in un negozio che avesse affisso il cartello «cercasi apprendista», per trovare lavoro.

Io sono stato sarto, tappezziere, barbiere, barista e infine orologiaio.

Il mio primo maestro aveva una bottega in via Cremona, vicino piazza Bologna.

La mia prima bottega l’ ho aperta invece a viale Manzoni, e l’ ho avuta per venticinque anni.

In via Buonarroti, dove si è trasferito negli anni Novanta, Luciano Meloni vende oggetti preziosi, al piano affacciato sulla strada.

Da fuori sembra infatti una normale gioielleria, con le doppie porte di sicurezza.

Ma una scala ripida conduce nel ventre dell’ officina, quel luogo magico dove niente è impossibile.

Qua dentro, in questi pochi metri quadri, un paio di anni fa ha smontato, pulito, aggiustato, oliato e rimontato l’ orologio della chiesa di Trinità dei Monti.

Ci ho messo un anno, racconta, ma adesso funziona perfettamente.

Parla invece con un po’ di rimpianto dell’ orologio ad acqua del Pincio.

Ci passavo sempre davanti quando ero bambino, e metterci le mani sarebbe stato il mio sogno. Ma per una serie di disguidi non fui io ad aggiudicarmi il lavoro, quando si trattò di restaurarlo. Peccato, anche perché il riparatore non fu all’ altezza del compito.

L’ orologio era ridotto molto male, e si ruppe pochi giorno dopo essere stato rimontato. Dovettero aggiustarlo di nuovo, spendendo molti più soldi di quanti ne avevo chiesti io. Pazienza.

Dopo quello di Trinità dei Monti e quello di piazza San Giovanni, Luciano ha un desiderio: rimettere a posto l’ orologio di piazza dell’ Orologio.

L’ orologio per antonomasia, che a quanto pare però non funziona. Chiedo un piccolo corso accelerato su molle corone e lancette, ma mi distraggo immediatamente.

Capisco però che il principio su cui si basa la misurazione del tempo, risale alla famosa faccenda del pendolo di Galilei.

Grazie al quale lo scienziato stabilì il principio dell’ isocronismo: le oscillazioni di un pendolo si svolgono tutte nello stesso tempo, a prescindere dalla loro ampiezza.

Più o meno. Inizia tutto da lì.

I primi orologi, intorno all’ anno mille, erano giganteschi, proprio come i computer degli anni sessanta, e servivano nei monasteri. Scandivano le ore della preghiera. Il signor Meloni mi mostra una Cappuccina.

Sono quegli orologi fatti a parallelepipedo, della misura di un libro. Ce n’ è uno in ogni casa dei nonni, non potete sbagliare. Anche queste servivano ai monaci.

Erano sveglie portatili, mi spiega, le cui pareti in vetro, negli spostamenti, dovevano essere protette da una custodia di pelle.

Scandivano le ore, i quarti e spesso anche i minuti. Hanno anche un pulsante, schiacciando il quale, i soliti monaci sbadati potevano conoscere l’ ora esatta.

Le Cappuccine però, furono inventate soltanto alla fine del settecento, subito dopo gli orologi da carrozza e quelli da treno.

Sono dei cipolloni ma più grandi, che venivano appesi da qualche parte a indicare il tempo ai viaggiatori. Solo nel Novecento l’ orologio diventa un accessorio personale, accessibile per dimensioni e poi per prezzi.

I primi sono quelli da tasca, poi quelli da collo e infine gli orologi da polso, ornamento femminile poi adottato dagli uomini.

L’ ultima rivoluzione importante è stata quella del quarzo.

Gli orologi al quarzo entrano in commercio alla fine degli anni sessanta. Argomento spinoso quello degli orologi al quarzo, per il signor Meloni. Intanto perchè non conviene aggiustarli, ma sostituire tutto il meccanismo e poi perchè, mi spiega, non fanno tic tac.

Gli orologi al quarzo sono silenziosi e astratti.Niente a che vedere con la meccanica che riproduce, chiunque se ne accorgerebbe, il battito del cuore, la leggera imprecisione di tutto ciò che è umano.

Per dimostrarmi che cosa significa bellezza, e umanità, tira fuori un prezioso esemplare di orologio Breguet, della fine settecento.Un piccolo capolavoro tutto fatto a mano, con sveglia, avviso dei minuti, calendario con giorno mese e anno e perfino un riquadro nel quale poter leggere le fasi lunari.

Abraham-Louis Breguet, vissuto a cavallo tra il settecento e l’ ottocento, è uno degli orologiai più famosi di sempre.

Nato e cresciuto in svizzera, inventò una cosa che si chiama tourbillon, ma non riuscirei a spiegarvela nemmeno se avessi a disposizione altre dieci pagine e una lavagna luminosa.

Però è fondamentale, e ha rivoluzionato la storia dell’ orologio, fidatevi.

Mi sono sempre chiesta come mai persone con molto denaro e poco abbecedario avessero la passione degli orologi. Non c’ è calciatore, furbetto del quartierino, cantante neo-melodico che non dichiari nelle interviste di collezionare orologi.

La prima risposta è quella di Clinton alla commissione: lo fanno perchè possono farlo. Ma ci deve essere altro, e la risposta, mi pare, è nelle parole di Baudelaire.

Amare gli orologi è il contrario di amare il mistero.

E’ un atto di coraggio e di protervia, che si confà a chi la vita sente di averla domata. Chi invece non regge, si ubriaca. Di quello che c’ è, vino poesia virtù o piacere, e mai, mai vuol sapere che ora è.

E chi li ripara, gli orologi?

Guardo il signor Meloni.

Non si è mai tolto dei buffi occhiali, che si è costruito lui stesso, con una terza lente semovibile sull’ asticella, come uno specchiettino retrovisore, super ingrandente.

E’ da lì dietro che mi guarda, che ci guarda.

ilmaestro

Un geniale artefice, al corrente dei segreti del Tempo. In quel momento, tutte le infinite suonerie nella bottega si mettono a suonare. Ce n’ è una che è il canto dolcissimo, struggente, di un uccello.

E’ ora di ubriacarsi. – ELENA STANCANELLI

 

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Il laboratorio è facilmente raggiungibile da qualsiasi punto del Grande Raccordo Anulare collegato a tutte le principali autostrade.

Seguire le indicazioni per Roma centro e poi per la stazione Termini.

Come raggiungerci in treno o in metropolitana

Il laboratorio si trova a 10 minuti a piedi dalla stazione ferroviaria di Roma Termini.

È anche possibile raggiungerci  con la linea A della metropolitana scendendo alla fermata Vittorio Emanuele (si esce all’uscita di Via Buonarroti e si percorrono 50 metri a piedi).

In aereo

L’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma Fiumicino è collegato con la città via autostrada o tramite un servizio ferroviario locale il Leonardo Express, con partenze per la stazione Termini ogni 30 minuti.

L’aeroporto di Roma Ciampino si trova a poche fermate di autobus da Anagnina, capolinea della metropolitana linea A. Il tragitto fino a Termini dura circa 20 minuti.

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